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Tra le molte capacità necessarie per essere un buon medico, quella di non dimenticare ciò che si è appreso è una delle più importanti. Matteo Ricci, gesuita maceratese, sarebbe stato sicuramente un ottimo medico, avendo dimostrato che volontà e metodo, orientati all’esercizio della memoria, possono portare a risultati stupefacenti.

Matteo Ricci era un uomo di grandi virtù e di multiforme ingegno, che ha lasciato un’impronta indelebile, tanto da essere considerato tra i cento uomini più famosi della storia dell'umanità, insieme a pochi altri insigni grandi italiani come Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Guglielmo Marconi.

Matteo Ricci nacque a Macerata il 6 ottobre 1552 da una delle più nobili famiglie maceratesi.  All’età di 16 anni, terminati gli studi presso il collegio dei gesuiti di Macerata, iniziò a Roma gli studi di giurisprudenza. Secondo i progetti paterni, ciò gli avrebbe consentito di ricoprire l'alta carica di governatore presso la corte pontificia. Nel 1571, contro la volontà del padre, iniziò il noviziato presso la Compagnia di Gesù e venne ordinato sacerdote nel 1580.

Straordinaria e poliedrica figura, Ricci è stato l’artefice mirabile dell’incontro tra il mondo occidentale e quello cinese, che si erano sviluppati in diverse direzioni, senza che vi fosse alcun sostanziale interscambio di esperienze e di conoscenze. La sua opera scientifica ed apostolica fu resa possibile dalla grande reputazione che si era progressivamente guadagnato presso la classe dirigente cinese, per la sua cultura sconfinata e per l’incredibile capacità della sua memoria.

L’abilità nel ricordare di Matteo Ricci era il frutto di sicure doti naturali, che avevano rappresentato un terreno fertile per le tecniche mnemoniche, che costituivano uno degli aspetti di maggiore importanza dei corsi di retorica e di etica del percorso formativo dei gesuiti dell’epoca. Il “De arte rhetorica” di Cipriano Soarez deve aver costituito un testo fondamentale nella formazione di Matteo Ricci. La memoria intesa come “eloquentiae thesaurus” si inquadrava perfettamente nel concetto di retorica totale, ampiamente accettato all’epoca ed articolato in cinque ambiti principali: Inventio, Dispositio, Elocutio, Memoria, Actio.

Un presupposto fondamentale dell’arte di ricordare, che trovò proprio in Matteo Ricci il suo massimo esponente, era quello di legare le parole alle immagini. Di immagini evangeliche, costruite sulla base del concetto di “composizione del luogo”, si avvaleva Ignazio di Loyola per imprimere nel fedele una impronta indelebile della fede cristiana. L’immagine, nei percorsi formativi dei gesuiti, oltre a costituire uno strumento di meditazione presentava una forte valenza culturale e didattica, consentendo di raffigurare con il pensiero ciò che si voleva ricordare. Nelle immagini e nei luoghi così costruiti si collocava la raffigurazione del ricordo. “L’ordine dei luoghi conserverà l’ordine delle cose. L’immagine delle cose indicherà le cose stesse”.

L’importanza delle immagini e dei luoghi mentali nei processi mnemonici era ben conosciuta da oltre un millennio. Era proprio sulla memoria dei luoghi che si basava l’aneddoto del “banchetto fatale” del 450 a.C., nel quale il poeta lirico Simonide di Ceo, testimone illeso del crollo di un edificio nel corso di un banchetto, riuscì a identificare tutte le vittime irriconoscibili, grazie alla memoria dei luoghi dove gli ospiti si trovavano durante la cena.

Matteo Ricci, fece tesoro degli insegnamenti delle pratiche mnemoniche apprese nel suo percorso formativo ed avviò la costruzione dei cosiddetti “palazzi della memoria”, edifici immaginari o reali, che consentivano di organizzare spazi, nei quali trovavano una armonica collocazione le conoscenze umane. Le parole ed i concetti da ricordare venivano trasformati in immagini, collocate nei luoghi dei palazzi. Lo sforzo della memoria consisteva nell’identificare i luoghi che custodivano i ricordi ordinati e pronti ad essere richiamati.

Matteo Ricci, aveva piena consapevolezza del grande valore del suo metodo e del suo forte impatto sulle persone che ne potevano apprezzare i risultati. I “miracoli” compiuti dalla prodigiosa memoria di quest’uomo, proveniente da un mondo largamente sconosciuto ai cinesi, si rivelarono determinanti per la missione apostolica ed evangelizzatrice del gesuita maceratese.

La tecnica di memorizzazione venne descritta in un libro scritto in cinese dallo stesso Matteo Ricci per il governatore di Jangxi, Lu Wangai, e per i suoi tre figli, che dovevano sostenere gli esami superiori, dal cui esito dipendeva il loro futuro. Anche per i cinesi di elevato rango, ricordare era una costante ossessione. I figli del governatore riuscirono ad ottenere brillanti risultati agli esami, anche se non è ben chiaro, dalla documentazione disponibile, se il merito fosse del metodo di Ricci o delle antiche pratiche di studio cinese basate su filastrocche, versi ed infinite ripetizioni. Quello che è certo è che il figlio maggiore del governatore dopo aver preso attenta visione dei principi sui quali si basava il metodo di Matteo Ricci, affermò che “questi precetti erano la vera regola della memoria”. Ovviamente, precetti così efficaci non potevano essere di semplice ed intuitiva applicazione ed il figlio del governatore sottolineò anche che “bisognava avere molta memoria per servirsi di essi”. Anche lo stesso Ricci aveva ben chiara la complessità del metodo e, in una lettera sull’argomento inviata ad un amico, precisò che sebbene tutti si “admiravano dell’artificio, non tutti potero pigliare la fatica di usar di esso”.

Gli effetti della prodigiosa capacità di ricordare di Matteo Ricci sono ben riportati in una lettera inviata dallo stesso Ricci ad Edoardo de Sande, suo superiore nell’ordine.

“Un giorno fui invitato a una festa da alcuni letterati di ottimo livello culturale, e avvenne un fatto che m’innalzò ai loro occhi e a quelli di tutti i migliori intellettuali della città. Io avevo costruito un grande sistema di memoria locale, fondato su un gran numero di ideogrammi cinesi. E poiché io mi trovavo in ottimi rapporti con quegli intellettuali, desideravo accrescere ancor più il mio credito presso di loro offrendo una prova esplicita della mia conoscenza delle lettere cinesi, e capivo soprattutto quanto rilievo la cosa potesse avere per il servizio e la maggiore gloria di Nostro Signore e per lo scopo che noi ci prefiggiamo, chiesi loro di buttare giù a caso su un foglio tutti gli ideogrammi che gli fossero passati per la testa: io li avrei letti una sola volta e, quindi, li avrei ripetuti a memoria, nello stesso modo e nello stesso ordine in cui li avevano tracciati. Così fu: essi scrissero molti ideogrammi, io li lessi una sola volta e riuscii poi a ripeterli tutti a memoria nell’ordine esatto in cui erano stati scritti. Rimasero tutti a bocca aperta, perché parve loro una grande impresa. E allora, per aumentare il loro stupore, io presi a recitarglieli tutti allo stesso modo, ma questa volta dalla fine al principio. E tutti furono entusiasti  e parevano fuori di sé dall’emozione, e mi chiedevano con insistenza di insegnar loro quella divina regola che organizzava tanta memoria”.

Gli effetti di questo tipo di dimostrazione contribuirono in modo rilevante a rendere leggendaria la figura del padre gesuita, come lo stesso Ricci annota puntualmente:

“Rapidamente, allora, incominciò a diffondersi la mia fama fra i letterati , e non c’è giorno che di costoro e di altri personaggi di rango non venga a domandarmi d’insegnarli questa scienza, prendendomi per suo maestro e facendomi mille piaceri e offrendomi denaro, proprio come si fa con i maestri”.

Il grande interesse suscitato da questo tipo di dimostrazioni costituì per Matteo Ricci un mezzo fondamentale per stimolare l’interesse dei cinesi per la sua cultura e, quindi, per la sua religione.

Il grande rispetto dei cinesi nei confronti dell’arte della memoria era anche espressione della matrice culturale del confucianesimo. Una sintesi mirabile della centralità del ricordare è espressa nella seguente frase riportata nel “Costante mezzo” di Confucio:

“Ama veramente lo studio colui che ogni giorno apprende ciò che non sa e che in un mese non dimentica ciò che ha appreso”.

La costruzione dei palazzi della memoria consente ai ricordi di rimanere saldamente ancorati per un tempo lunghissimo. Ce lo ricorda lo stesso Matteo Ricci in una lettera scritta ad un amico, due anni prima della sua morte: “Io mi trovo in tanto mancamento di libri, che il più delle cose che io stampo, sono quelle che ho nella memoria”.

Nello stesso anno, Ricci pubblicò in cinese i “Dieci discorsi di un uomo paradossale”, che di fatto contiene una trascrizione pressoché integrale della vita di Esopo scritta da Planude. Si può fondatamente ritenere che le innumerevoli citazioni riportate da Ricci in questa ed in altre precedenti opere derivassero dai ricordi indelebili di quanto egli aveva appreso sui banchi di scuola.  Questi ricordi erano stati evidentemente ben custoditi nei luoghi del suo “palazzo della memoria”.